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Contenti di essere condizionati?

 

Siete contenti di essere condizionati?

La nostra buona vecchia tradizione contadina ci tramanda saggi proverbi (per lo più maschilisti, ma erano altri tempi...). Quello che mi viene a mente in questo momento è: “la più bella sposa non può dare che quello che ha!”

Siamo condizionati perché non sappiamo essere altrimenti e non pensiate che io mi metta fuori dal branco! Sono condizionato anch'io, lo sono solo in modo diverso perché sono a cavallo tra la cultura del paese della mamma e quella del babbo, del paese in cui sono nato oltre a quella dei paesi in cui ho studiato e lavorato [Francia, Italia, Russia, Svizzera]. I miei condizionamenti non sono meno profondi dei vostri, ma sono variegati.

Inoltre, cosa fondamentale, sono matematico e dal 1965 sono informatico! È stata un'esperienza entusiasmante quanto penosa. Ogni giorni mi imbattevo nell'irrazionalità delle mie geniali intuizioni impietosamente rigettate dal computer che rispondeva inesorabilmente “errore”.

Noi siamo intelligenti, ma come la bella sposa che può dare solo che ha, noi ragioniamo intelligentemente in base alla nostra esperienza, ma se quattro scuole diverse, cinque anni di intensi studi universitari di matematica e cinquant'anni di computer non mi hanno ancora insegnato a ragionare logicamente con dati numerici, vuol dire che non ragiono logicamente nemmeno con i fatti della vita quotidiana. C'è da cadere in depressione. Per fortuna invece di accusare il destino “cinico e baro”, ho scoperto in me una vena artistica e un'ironia ereditata dalla mia radice toscana che mi hanno salvato. Questa vena, in potenza, è presente in ogni persona e mi auguro che la possiate liberare come ho fatto io respingendo pensieri fatalistici e rinunciatari che chiudono ogni speranza.

Parafrasando Dante: “Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai in certi casini oscuri, sì che la dritta via era smarrita” e vi consiglio di fare come lui: c'è da passare l'inferno e il purgatorio, ma alla fine si riesce “a riveder le stelle”.

Tutto comincia con una prima costatazione:

IO SONO INTELLIGENTE. Se ho un problema, vuol dire che non ne so abbastanza e che non ho trovato il metodo giusto per affrontarlo.


Quando ho cominciato a lavorare in informatica nel '65, non ne sapevo nulla. Allora non c'erano maestri. Ho studiato manuali e metodologie e me la sono cavata, ma non me la sono cavata altrettanto bene nella vita di tutti i giorni.

Ho avuto un lungo momento di crisi e – deformazione professionale – ho pensato:

“IO SONO INTELLIGENTE. Se ho un problema, vuol dire che non ne so abbastanza e che non ho trovato il metodo giusto per affrontarlo”


ed è lì che mi sono accorto che i problemi in cui mi dibattevo erano ben conosciuti e che c'erano anche delle soluzioni.

Qui mi viene a mente un altro proverbio contadino “chiudere la stalla quando i buoi sono scappati”. Certe cose è meglio conoscerle prima di averne bisogno.

Se avete problemi di comunicazione con i figli, dissidi in famiglia o sul lavoro, cosa ne sapete dei lavori di psicologia di Paul Watzlawick e della scuola di Palo Alto? Se avete un contenzioso legale, un problema economico quanto ne sapete sulla materia per risolverlo autonomamente o perlomeno da poter gestire il professionista che se ne occupa e non essere gestito da lui?

La conclusione è ovvia: “non ne sappiamo abbastanza” e allora bisogna “affidarsi” a uno specialista.

Siamo condizionati!

Il guaio della nostra società è che satura la nostra memoria di messaggi che dicono “affidati”. Affidati al prodotto che risolverà i tuoi problemi di pulizia, affidati al deodorante che risolverà i tuoi problemi di frequentazione sociale, affidati al giornale che ti darà tutte le risposte che cerchi, affidati, affidati, affidati...

A forza di affidarsi si perde la coscienza di quella vena creativa che in potenza è presente in noi e che si può liberare solo respingendo pensieri fatalistici e rinunciatari che chiudono ogni speranza.

Si può uscire dai condizionamenti proposti (non imposti) dalla società della comunicazione, ma bisogna usare la propria vena creativa per impostare in modo diverso il nostro atteggiamento verso la vita e darsi una scala di priorità diversa da quella imposta dal tran tran quotidiano.

Certo, se passate otto ore al lavoro, due in viaggi e poi negozi, amici, giornale sportivo e TV affidate la vostra vita ad altri: negozianti, professionisti, politici... siete condizionati!

 
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